Le nuove sfide dell’Unione europea tra istanze di sicurezza e diritti fondamentali

Intervista all’Ambasciatore Cosimo Risi 

(a cura di Filomena Albano, Ida Ciani, Raffaella Ienco)

Alla luce dei vari attacchi terroristici che l’hanno colpita, l’Europa si è ritrovata ad essere, suo malgrado, la principale protagonista del dibattito politico internazionale. In seguito agli attentati di Bruxelles, l’emergenza sul fronte del terrorismo internazionale ha fatto emergere sempre più prepotentemente un clima di incertezza e timore. Ciò ha dato adito all’opinione di chi mette in dubbio i traguardi raggiunti dalla politica e dalla diplomazia europea.

Il binomio sicurezza e migrazioni è ormai una costante “agitata” da chi cerca di smantellare le basi su cui poggia il modello dell’integrazione europea, frutto della lungimiranza dei suoi Padri fondatori e della oggettiva affermazione, nel corso degli anni, di un modello di coesione pacifica apprezzato altrove.

L’Ambasciatore Cosimo Risi, che a Bruxelles ha trascorso parte della sua carriera professionale, ci ha concesso un’intervista per approfondire alcuni dei temi salienti della situazione in cui versa attualmente l’Unione Europea.

Ambasciatore, l’Unione Europea nel tempo è cambiata molto ed è riuscita a portare avanti un processo di integrazione non solo economica ma anche politica, diventando fonte di ispirazione per molti. Lei crede che sia possibile distruggere ciò che la diplomazia europea è riuscita a creare?

La creazione europea è frutto di una visione comune a politici, intellettuali e persino a diplomatici, che hanno avuto l’onore e l’onere di tradurre in formule tecnico-giuridiche quanto veniva proposto in termini politici. Essendo creatura collettiva, l’Unione europea può essere rafforzata, o indebolita, da una volontà collettiva. Malgrado una certa aria di pessimismo che la circonda, l’Unione ha la forza per resistere agli attacchi esterni ed alle critiche interne. In ogni caso è nostro dovere crederci.

Il famoso acquis di Schengen e, di conseguenza, le mete raggiunte in termini di libera circolazione dei cittadini all’interno di tale spazio, rappresenta ancora una delle punte di diamante del processo di integrazione?

Il sistema Schengen nacque nel 1985 con un accordo limitato ad alcuni Stati membri. Fu poi esteso ad altri, fra cui l’Italia, e infine “comunitarizzato” nei Trattati. Era ed è il pendant della libera circolazione delle persone. Inutile predicare questa libertà se non la si accompagna con la drastica riduzione dei controlli alle frontiere interne che, grazie a Schengen, sono frontiere domestiche. E infine: Schengen si applica ad alcuni paesi terzi come la Svizzera ma non a tutti gli Stati membri.

L’Unione Europea sta mostrando il pugno duro sulla gestione delle frontiere esterne. Crede che ciò rappresenti un segno di forza a difesa dell’effettiva capacità di assorbimento dei migranti da parte dell’Unione o è piuttosto un segno di debolezza a favore del protagonismo dei singoli Stati membri in relazione alla necessità di garantire la sicurezza dei propri cittadini? Che prospettive potrebbe aprire l’accordo con la Turchia?

L’Unione esibisce poca e non molta forza. Può sembrare un’affermazione dal tono marziale, ma la situazione è tale da esigere un’Europa convinta dei propri mezzi e pronta ad adoperarli  per la tutela dei propri cittadini. Tutela che è iscritta in premessa al Trattato di Lisbona ed è da ritenere principio fondamentale. L’accordo con la Turchia rientra nella fattispecie: cercare di creare una cintura esterna che prevenga i problemi alle frontiere interne. Il flusso dei profughi di tutte le nature e provenienze pare però inarrestabile. Occorreranno probabilmente misure ancora più incisive. C’è un limite oltre il quale le considerazioni umanitarie, pure nobilmente presenti in Europa, lasciano spazio ad altre considerazioni. Prova ne è il risultato elettorale in certi Stati membri. Rischiamo sorprese dalle elezioni politiche in Germania e dalle presidenziali in Francia. Il 2017 sarà un anno chiave.

Gli  attentati che hanno colpito prima Parigi e poi, più recentemente, Bruxelles hanno fatto emergere dei dubbi sulle capacità di prevenzione dell’intelligence europea, e più in generale hanno fatto affiorare le debolezze e contraddizioni interne dell’UE. Perché non si è ancora riusciti ad arrivare ad un autentico coordinamento  in tale settore tra i Paesi dell’Unione? L’emergenza del terrorismo internazionale potrebbe sbloccare il processo di integrazione relativo al settore della PESC?

Alle tragedie ci sono sempre due risposte: quella che invoca più Europa specie nel settore della sicurezza e quella che pensa di farcela cogli strumenti nazionali. Propendo nettamente per la prima. Ma occorre chiarirsi le idee. Rafforzare i servizi di intelligence, coordinarli a livello europeo e transatlantico, introdurre una vera politica di sicurezza e difesa: sono tutte petizioni di principio che trovano ostacoli di varia natura. Uno, non trascurabile trattandosi di pezzi delle pubbliche amministrazioni, è dato dai tagli di bilancio. Se continuiamo a disinvestire dalla difesa in senso lato, non possiamo aspettarci risposte energiche o addirittura la prevenzione. Più sicurezza non significa soltanto e malauguratamente meno libertà, significa anche e soprattutto più mezzi. Quanto siamo disposti a pagare per questo obiettivo in termini finanziari e politici?

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